Nova Eroica Prosecco Hills

Nova Eroica Prosecco Hills: la mia Epic Route tra forza, crisi e scelta finale

Nova Eroica Prosecco Hills – Epic Route: la mia resa, la mia vittoria

La Nova Eroica Prosecco Hills – Epic Route è uno di quegli eventi che ti entrano dentro. Non solo per i suoi 229 km e 3.420 metri di dislivello, ma per ciò che ti costringe a scoprire di te stesso. È un viaggio che attraversa il cuore del Prosecco, tra colline morbide, strade bianche, vigneti infiniti e salite che non perdonano.

Quest’anno ci sono arrivato con un mix di entusiasmo, rispetto e un po’ di paura. Reduce dalla Veneto Gravel 720 km e con una tendinite ancora viva, sapevo che sarebbe stata una giornata complicata. Ma non immaginavo quanto.

“Non tutte le ciambelle escono col buco?”
Questa volta sì, è andata così.

Il giorno prima – Borgoluce, casa

Arrivo il giorno prima per il ritiro pacco gara. Location perfetta: Borgoluce. Ci ero già stato con The Hills, quindi mi sentivo quasi a casa. Tutto scorre liscio: ritiro, saluti, atmosfera Eroica che ti entra nelle vene.

Cena casereccia nel B&B dove dormivo, poi a letto presto. Ore 22:00. Tutto perfetto.

Metto la sveglia alle 4:00. La partenza è alle 6:00. Il piano è semplice: sveglia, doccia, 12 km di auto e via ai nastri di partenza.

Peccato che la sveglia non la sento.

Mi sveglio di soprassalto alle 4:50.
Panico. Caos. Tutto di corsa come se non ci fosse un domani.

Ma alla fine arrivo a Borgoluce alle 5:30. Il tempo per prepararmi c’è. Respiro. Mi metto in griglia. Si parte.

Partenza – La lezione della Hills

Remore della Hills, che si pedala in gran parte sugli stessi sentieri, parto molto dosato. E infatti funziona.

Il primo checkpoint è al km 60. Ci arrivo bene, lucido, in controllo. E scopro di essere in 21ª posizione, a pochi minuti dal gruppetto davanti.

La testa gira bene. Mi carico con banane, pane e marmellata e riparto senza strafare.

Da lì a poco recupero diversi partecipanti. Le gambe rispondono, la testa anche.

Secondo checkpoint – La testa vola troppo

Al km 120 arrivo un po’ più stanco, ma scopro una cosa che mi accende:

sono in 17ª posizione.

Qui, secondo me, la testa ha iniziato a fare pensieri troppo positivi. Ma resto calmo: mi fermo un quarto d’ora, mangio, mi ricarico e riparto con un obiettivo semplice:

“Arrivo al terzo checkpoint, vedo come sto e decido cosa fare.”

Verso il terzo checkpoint – La crisi

Nei pressi del km 175 inizio a sentire la crisi. Le energie calano, la concentrazione pure. Continuo a pedalare sperando di vedere il checkpoint… ma non arriva.

Non lo vedo. Non lo trovo. L’ho perso. Non lo so.

Al km 190 la testa si spegne. La stanchezza prende il sopravvento. La borraccia è vuota. Ho bisogno di acqua.

Trovo una fontana. Ricarico. Bevo.

Vomito immediatamente.
Buio totale.

La resa – 15 km dalla fine

Mi mancano tre strappi finali, circa 350 metri di dislivello. Ma la testa continua a dire “no”.

A quel punto prendo la decisione più difficile:

mi ritiro.

Apro Google Maps, imposto l’arrivo e pedalo fuori traccia. Una scelta che mi costa la squalifica, giustamente, perché il percorso è tracciato via GPS.

Non è da me fare queste cose. Ma ero finito. Ero vuoto. Ero reduce da una Veneto Gravel devastante, con una tendinite ancora viva. Ho scelto la salute.

Cosa mi porto a casa

Oggi, mentre scrivo questo articolo, dico una cosa con sincerità:

sono contento.

Ho retto un percorso davvero strong, con numeri che fanno paura. Ho visto che fino a un certo punto ero competitivo, lucido, presente. Questo mi dà forza.

Ma quello che è successo a quella fontanella… quello sì, mi ha fatto pensare.

A volte la bici non ti insegna a vincere. A volte ti insegna a fermarti.




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